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Il punto di vista veterinario sui pfas

Il punto di vista veterinario. La contaminazione da Pfas negli alimenti: l’anello mancante tra qualità dell’ambiente ed esposizione dell’uomo

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I dati prodotti dallo studio sui Pfas in varie matrici alimentari presentati alla stampa il 16 novembre scorso forniscono spunti di approfondimento per la contaminazione ambientale dei suoli agricoli, e per l’apporto di Pfoa da parte di alimenti solidi, di origine animale. Tali elementi non sembra siano stati adeguatamente considerati fino ad ora, dove l’attenzione è stata fondamentalmente rivolta al ruolo delle acque potabili, e all’adozione dei sistemi di depurazione adeguati.

Premessa

La presentazione alla stampa dei risultati analitici su 12 Pfas riscontrati nella cosiddetta area rossa in varie matrici di interesse alimentare è oggetto di grande interesse, specie se correlata alla conoscenza resa disponibile sulla contaminazione della falda da parte di Arpa Veneto, nel corso della Summer School  Assoarpa di Cagliari 27-29  settembre, e più recentemente dalla Regione Veneto e dall’Istituto Superiore di sanità per quanto riguarda lo studio di biomonitoraggio, con particolare riferimento ai residenti nelle area della ex Asl 5 e 6, e indipendentemente dalle Asl ex 5 e 6, nel gruppo di allevatori/agricoltori, nel corso del Convegno nazionale “Ambiente e salute” a Bologna, il 7 e 8 novembre scorso.

Per dare alcune chiavi di lettura dei dati alimentari, sembra opportuno sintetizzare quanto partecipato a Cagliari e a Bologna.

 

I dati ambientali

A Cagliari Arpa Veneto ha definito in modo tridimensionale e geo-referenziato la contaminazione da Pfas nella falda associata alla pressione industriale della ditta Miteni, e il suo andamento sotterraneo e poi sorgivo. Rispetto all’andamento di tale falda e alla modellizzazione delle dispersioni, tenendo in considerazione i differenti flussi delle acque sotterranee e superficiali, la contaminazione da Pfas rilevata sul territorio è molto più estesa rispetto alla proiezione sulla superficie della area di falda: ciò viene principalmente attribuito ad attività antropiche legate all’agricoltura (irrigazione, fertilizzazione), e alla probabile presenza di altre sorgenti di contaminazione, che ancora non si conosce se siano legate all’attività di produzione dei Pfas. La contaminazione ambientale viene considerata di difficile rimozione, per cui si presume che il problema sarà presente per vari decenni, data la compromissione dell’acquifero indifferenziato, che ha uno spessore di circa 150 metri di ghiaia nella zona “critica”.

 

Il biomonitoraggio umano

A Bologna, l’illustrazione dei dati di biomonitoraggio ha restituito informazioni sulla presenza significativa di Pfoa nel siero delle persone appartenenti alla zona rossa–esposti, rispetto agli individui delle zone di controllo, con significative differenze nei livelli tra persone appartenenti all’Asl ex 5, alla ex 6, e nel gruppo di allevatori, appartenenti alla cosiddetta area rossa. Gli indicatori statistici evidenziano che il carico corporeo di Pfoa in Asl ex 5 è  tra i più alti descritti nella letteratura internazionale in casi analoghi (vedi studio C8 Ohio/Virginia)  e risulta di un fattore 4-5 più elevato di quello  presente in Asl 6,  che a sua volta differisce significativamente da quello dei gruppi di controllo–non area rossa. In questo contesto, il gruppo di allevatori, indipendentemente dall’appartenenza all’Asl ex 5 o 6, mostra livelli mediani più elevati rispetto al gruppo Asl 5. Questo dato è stato interpretato con la presenza di fattori addizionali all’esposizione a Pfoa rispetto all’acqua, che dalle schede sulle abitudini alimentari raccolte si associa al consumo di vegetali prodotti in loco (cereali, frutta) e di alimenti di origine animale.

 

I dati alimentari: campionamento ed analisi

Alla luce di questa premessa, i dati scientifici sulla contaminazione degli alimenti  presentati il 16 novembre in conferenza stampa possono essere letti in modo aggregato nel seguente modo, in attesa di una più puntuale ed aperta disponibilità del dato grezzo, di come sia stato prodotto, e di come sia stato elaborato.

La rappresentatività dei  campioni si evince calcolata sulla base di una assunta distribuzione binomiale delle frequenze di contaminazione e della relativa deviazione standard: “Per le matrici non considerate nel precedente campionamento, la numerosità campionaria è stata determinata con lo scopo di stimare la contaminazione media con una precisione pari al 25% della deviazione standard in valore assoluto e una confidenza del 95%”. Tale approccio non è consueto per i contaminanti ambientali persistenti, in cui i descrittori statistici da prendere in considerazione sono oltre la media (meglio geometrica),  la mediana e i vari percentili/interquartili, in virtù delle distribuzione di frequenza asimmetriche, e nel caso, la deviazione assoluta intorno alla mediana. Tali frequenze di distribuzione poi risultano molto differenti tra alimento e alimento, e con profonde differenze ad esempio tra Pfos e Pfoa nelle matrici animali e vegetali.  Questo può avere portato ad una riduzione del numero di campioni, numerosità richiesta per descrivere in modo robusto le alte contaminazioni (alti percentili), che sono estremamente utili per capire sia i dati di biomonitoraggio nel gruppo “allevatori”, sia la presenza di possibili fonti di inquinamento secondarie, segnalato da Arpaveneto.

Il campionamento diretto degli alimenti consumati da tale gruppo allevatori sarebbe probabilmente stato la via maestra, in un quadro di one health, e avrebbe dato peso alle evidenze già acquisite e in parte ovviato alle ristrette numerosità campionarie considerate.

In particolare, appaiono oltremodo critiche le numerosità campionarie per la verdura in foglia, da ritenersi più suscettibile per la contaminazione a Pfas a corta catena. In questo senso, appare meritevole approfondire i riscontri di Pfoa nel mais, a fronte delle mancate rilevazioni di Pfas a corta catena. Questo dato può trovare una spiegazione non nella contaminazione delle acque, ma in quella del terreno, capace di trattenere più efficacemente i Pfas a catena medio-lunga. Questo aspetto viene approfondito in seguito.

I metodi analitici utilizzati non appaiono completamente in linea con lo stato dell’arte sotto alcuni aspetti: a) la correlazione ai consumi della derrata alimentare (gli alimenti più consumati, quali quelli di origine vegetali dovrebbero avere livelli di rilevabilità analitica più performanti: un alimento molto consumato ma poco contaminato può dare apporti equivalenti ad un alimento molto contaminato ma poco consumato); b) l’orientamento, come ad esempio nel caso delle acque potabili, di sommare tra di loro le contaminazioni di Pfas che possono riconoscere la stessa via per determinare l’effetto tossico, che sta portando a rivedere al ribasso i limiti di performance; c) la qualità delle apparecchiature analitiche disponibili presso i laboratori che può permettere livelli prestazionali analitici di garanzia per limitare il numero di campioni con risultati non quantificati; d) la revisione al forte ribasso dei valori guida per le esposizioni alimentari umane, da 1500 ng/kg/giorno per il Pfoa (Efsa 2008) ai 20 ng/kg/giorno della Agenzia Statunitense per l’Ambiente (Us-Epa, 2016).

Da ultimo, nello studio sono stati considerati 12 Pfas in campo alimentare; i rappresentanti Efsa hanno segnalato di considerare 18 Pfas per cui sono disponibili informazioni tossicologiche sufficienti per derivare valori guida per l’esposizione alimentare umana, sia per la possibile tossicità associata, sia perché alcuni PFAS non ricercati sono importanti precursori di Pfos e Pfoa, e dei Pfas a catena corta. Chi sta sul territorio conosce i problemi legati all’abbattimento dei Pfas dagli scarichi industriali, dove in seguito a fermentazioni/ossidazione dei reflui in entrata al depuratore aziendale, si generano concentrazioni di alcuni Pfas più elevate nei reflui in uscita. Un tale approccio sarebbe stato interessante applicarlo ai vini, ottenuti dalla fermentazione delle uve da tavola, possibilmente conoscendo i Pfas precursori prodotti ed utilizzati sul territorio. La liberazione di Pfos e Pfoa da precursori può riguardare anche l’ambito intestinale e contribuire a spiegare i dati di biomonitoraggio umano e animale rispetto alle esposizioni ambientali/alimentari. (nella tabella Epa i Pfas da ricercare)

I dati alimentari spiegano l’esposizione umana?

Nel pesce di cattura da acque dolci, i livelli di contaminazione da Pfos erano ampiamente attesi, specie quando riferiti ai predatori.  Il consumo di tali specie è di solito ristretto a gruppi che appare non incluso nello studio di biomonitoraggio e che vivono di sussistenza anche per le abitudini alimentari etniche, in cui sarebbe lecito attendersi livelli elevati di Pfos nel sangue.

Per contro, non appaiono decisive le contaminazioni per Pfoa nei vegetali per spiegare i dati di biomonitoraggio-allevatori, fatta salva la prestazione dei metodi analitici. In particolare nei vegetali,  sembra trovare riscontro parziale riscontro quanto segnalato da Arpa veneto riguardo una estensione della contaminazione da Pfas rispetto alla falda dovuta a pratiche agricole, e soprattutto, la attesa maggiore presenza di Pfas a catena corta, dotati di maggiore mobilità rispetto al Pfoa, e quindi più efficaci nel passaggio dalla matrice suolo a quella vegetale, attraverso l’assorbimento radicale.

Il discorso delle positività nei maiali – muscolo/fegato a Pfoa e in secondo ordine delle uova può essere l’aspetto veramente interessanteche può sottolineare come la contaminazione sia tuttora presente e insista in modo importante in ambiente zootecnico, anche per fattori non legati all’acqua: questo per la durata abbastanza contenuta della vita zootecnica degli animali che riduce il tempo di esposizione/bioaccumulo, per il contatto prolungato in atteggiamento esplorativo (grufolamento, razzolamento) con il terreno alla ricerca di una risorsa alimentare, e per la possibile alimentazione zootecnica  a base di mais aziendale (contaminato).

Questo dato sposta quindi l’attenzione dal fattore acqua al fattore suolo, laddove il Carbonio organico presente nel’humus del suolo superficiale è in grado di concentrare di circa 1000 volte Pfos e Pfoa presenti nelle acque di irrigazione e meteoriche, laddove l’apporto non provenga da ammendanti compostati da fanghi di depurazione. In un terreno al 3% di Carbonio organico irrigato con acqua contenente Pfoa a 500 ng/L, ci si aspettano concentrazioni di 15 ng/g, ordine di grandezza compatibile con la rilevata contaminazione nel mais, tenendo presente i fattori di trasferimento.

In particolare risulta interessante osservare come il Pfos, a più elevato bioaccumulo rispetto al Pfoa, spunti concentrazioni inferiori. Questo dato è in controtendenza rispetto alla letteratura internazionale, e non trova nemmeno riscontro nei dati disponibili sulla selvaggina – cinghiale, dove nel muscolo sono riportati valori mediani e massimi per il Pfoa (2.75–15.9 ng/g) simili a quelli del  Pfos (2.47–12.8 ng/g), mentre nel fegato il Pfoa (6.7-39 ng/g) risulta presente a concentrazioni circa 10 volte inferiori (Pfos 95–397 ng/g).

In tale contesto, viene a mancare il dato relativo alla selvaggina – cinghialeperaltro segnalata nelle schede di rilevazione dei consumi alimentari degli allevatori come possibile fattore da associare ai livelli ematici di Pfoa/Pfas. La presenza di una importante popolazione di ungulati, la adozione di abbattimenti di pubblica utilità, la presenza sul territorio di centri per la macellazione della selvaggina non dovrebbero avere costituito degli ostacoli per considerare non fattibile tale campionamento ed analisi, anche alla luce delle evidenze della letteratura internazionale. Inoltre tale animale costituisce di fatto una ottima sentinella ambientale, su cui ad esempio orientare le attività sia ambientali che alimentari per rilevare potenziali sorgenti secondarie di contaminazione.

La valutazione e caratterizzazione del rischio: non solo acqua?

La Regione Veneto recentemente ha inteso adottare per le acque potabili limiti per Pfoa molto più restrittivi rispetto a quelli proposti dall’Istituto Superiore di sanità nel 2014 (500 ng/L). Tali nuovi livelli di performance sono in linea con quelli statunitensi che sono stati proposti sulla base di un valore guida per esposizione umana pari a 20 ng/kg/ giorno già ricordato in avanti.

Considerando il gruppo allevatori/agricoltori sembra più opportuno esaminare in chiave conservativa il consumo alimentare quasi esclusivo della derrata prodotta in loco (la macellazione familiare del maiale) e i consumi alimentari medi. A livello di consumo familiare appare limitativo considerare un livello medio di contaminazione e risulta abbastanza improbabile che un individuo sia contemporaneamente un forte consumatore di uova, fegato, carne, pesce.

Considerando quindi le contaminazioni più elevate riscontrate (fatta salva la robustezza statistica degli alti percentili), e i consumi medi del database Inran Scai riferiti alle sole persone adulte che effettivamente consumano la derrata, per individui di 63 kg si otterrebbero solo per il consumo di mais e prodotti a base di mais, fegato e carni suine (compresi prosciutti, salami e salsicce), uova, esposizioni alimentari di 55 ng/kg giorno di  Pfoa. Tale esposizione troverebbe una equivalenza in una contaminazione di acqua potabile pari a 1700 ng/L di Pfoa per un consumo di 2 L/persona/giorno (Us-Epa pone un consumo di 1,4 L), e risulta superiore ai livelli guida per esposizioni umane statunitensi di un fattore di circa 2, che laddove venisse inclusa anche l’acqua potabile, aumenterebbe fino a 3 per un livello di performance a 500 ng/L.

 

Considerazioni finali

I dati prodotti dallo studio presentato alla stampa forniscono spunti di approfondimento per la contaminazione ambientale dei suoli agricoli, e per l’apporto di Pfoa da parte di alimenti solidi, di origine animaleTali elementi non sembrano siano stati adeguatamente considerati fino ad ora, dove l’attenzione è stata fondamentalmente rivolta al ruolo delle acque potabili, e all’adozione dei sistemi di depurazione adeguati.

A questo punto appare dirimente conoscere l’annunciata opinione Efsa sui Pfasper meglio interpretare i risultati prodotti dallo studio Iss-Izs Venezie–Arpa Veneto sugli alimenti, risultati che si auspica siano resi disponibili in modalità aperta. Questo può essere un utile confronto per tutto il mondo agricolo produttivo che già si è preoccupato di eseguire analisi in autocontrollo per la presenza di Pfas presso laboratori privati, e che rivendica la genuinità delle proprie produzioni e la applicazione delle buone pratiche agricole, anche se non si può escludere che sia tra le categorie più esposte.

A cura redazione del Sivemp Veneto – 21 novembre 2017

tratto da: http://www.sivempveneto.it/lanalisi-la-contaminazione-da-pfas-negli-alimenti-lanello-mancante-tra-qualita-dellambiente-ed-esposizione-delluomo/

 

 

 

 

 

25 novembre Evento Biodistretti ed agricoltura sostenibile

Sala Polivalente Diego VALERI – Padova
Sabato 25 novembre 2017

Partecipazione aperta al personale non medico fino ad esaurimento posti.

Iscrizioni nuova-legge-agricoltura-bioal link: https://www.svemg.it/biodistretti-ed-agricoltura-sostenibile/

Programma: Biodistretti_ISDE_25_11_2017_Rev01

Il Veneto è la Regione italiana con il più alto consumo di pesticidi ed è contemporaneamente una delle regioni con il più alto numero di aziende biologiche; è la Regione con un fatturato agricolo fra i più alti e nello stesso tempo quella in cui le “manifestazioni popolari” si susseguono sempre più numerose reclamando la messa al bando dell’uso dei pesticidi. E’ la Regione dove, da un lato, le aziende biologiche sono sempre più attive nel campo della sperimentazione e della ricerca, dove il consumo di prodotti biologici è fra i più elevati, dove l’agricoltura si sta sviluppando attraverso piccole o grandi monoculture, ma è anche quella realtà che dall’altro lato presenta ancora troppe coltivazioni destinate alla produzione di biomasse economicamente appetibili solo grazie agli incentivi governativi .
I danni provocati dall’uso dei pesticidi sulla salute umana sono oramai noti da tempo e numerose pubblicazioni scientifiche lo dimostrano. La classe medica è chiamata ad impegnarsi con maggiore convinzione e determinazione nello sviluppare una solida cultura della prevenzione e della precauzione per far fronte ai danni provocati alla salute e all’ambiente da parte di queste sostanze chimiche. La questione “Glifosate”, ne è fedele paradigma.

L’incontro vuole essere quindi occasione per conoscere il punto di vista degli agricoltori biologici sullo stretto rapporto fra agricoltura, salute dell’ambiente, alimentazione e salute umana e le scelte oggi più sostenibili e praticabili.
Verranno presentati i dati relativi al consumo dei pesticidi e si affronterà il rischio connesso alla loro esposizione; si analizzerà inoltre il danno epigenetico legato al consumo di cibi contaminati dai pesticidi con le possibili minacce sulla salute delle future generazioni.
Si parlerà quindi di una nuova metodica utilizzata per misurare la qualità dei cibi: la Risonanza Magnetica, tecnica innovativa che consente la tracciabilità del “vero” biologico.
Infine in stretto legame con le attività promosse dall’ ISDE Nazionale e la FNOMCeO, verrà presentata l’iniziativa rivolta al monitoraggio dello stato di salute dell’ambiente e della popolazione attraverso la creazione e lo sviluppo della rete italiana dei medici sentinella dell’ambiente (RIMSA).

Convocazione assemblea dei soci di ISDE sezione provinciale di Padova – elezione del nuovo consiglio direttivo provinciale, sabato 18 febbraio 2017 ore 10.00.

Il consiglio ISDE Padova si è riunito martedì 17 gennaio ore 21.30 ed ha convocato, su richiesta del Presidente Bruno Franco Novelletto, l’assemblea straordinaria dei soci per l’elezione del nuovo Consiglio Direttivo ISDE della sezione di Padova.

L’assemblea si svolgerà sabato 18 febbraio 2017, in prima convocazione ore 6.00 seconda convocazione ore 10.00, presso la sede della SVeMG (Scuola Veneta di Medicina Generale) in via Pelosa 78, Caselle di Selvazzano (PD), salvo adesione di più di 45 pax, nel qual caso verrà comunicata la nuova sede.

Per facilitare l’organizzazione dell’assemblea chiediamo di dare conferma della propria partecipazione alla Segreteria della SVeMG (fax: 049634986;  tel:049634928; e-mail: info@svemg.it)

 L’ordine del giorno dell’assemblea è il seguente:

  • sintesi delle attività svolte
  • rendicontazione economica 2014/16
  • proposta di programmazione 2017/2019.
  • elezione del nuovo Consiglio Direttivo provinciale di ISDE Padova.

Si invitano i soci in regola con l’iscrizione 2017 a comunicare la propria disponibilità a candidarsi per il nuovo Consiglio Direttivo provinciale ISDE, almeno una settimana prima della prossima assemblea straordinaria, inviando una mail o un fax alla Segreteria della SVeMG.

 Potranno partecipare alle votazioni i soci in regola con il pagamento della quota associativa 2017. Il pagamento della quota associativa potrà essere effettuato o il giorno stesso nella sede in cui si terrà l’assemblea o con versamento a ISDE nazionale, tramite la procedura on line (http://www.isde.it/cosa-puoi-fare-tu/sostienici/iscrizioni/),  portandone documentazione all’assemblea.

Le modalità di voto sono stabilite dall’art. 25 dello Statuto ISDE 2016 di cui si allega estratto.

Padova; 24/01/2017

Il Presidente ISDE sezione di Padova

Bruno Franco Novelletto

ISDE-DELEGA

Gli studi della Regione Veneto sulla popolazione esposta ai PFAS non sono scientificamente attendibili

pfasimmagineIl comitato direttivo ISDE Veneto ha esaminato la documentazione presentata durante la  conferenza stampa del 22.7.2016 in cui sono stati esposti i risultati degli studi condotti dal
Sistema Epidemiologico Regionale (SER) e dal Registro Tumori del Veneto (RTV) per
valutare lo stato di salute della popolazione esposta alla contaminazione da PFAS. Nel
comunicato stampa N° 1006 del 22/07/2016 della Regione Veneto si legge che: “ Sul piano
oncologico ed epidemiologico, l’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche (PFAS) emerso
nel 2013 in una vasta area del Veneto, ma in atto presumibilmente da almeno 20 anni, non ha
portato al momento a rilevare un peggioramento del trend di salute dei cittadini nei territori
maggiormente esposti.” Del tutto analoga la valutazione dei risultati dello studio presentato
dal Registro Tumori il 28 ottobre, riguardante la popolazione dei 21 comuni definiti come
esposti a PFAS :“In conclusione, tutte le diverse tipologie di analisi effettuate non documentano
una maggiore incidenza di tumori maligni nelle popolazioni considerate, rispetto ai valori medi
regionali”( Comunicato nr. 1479-2016).
Non condividiamo le conclusioni del SER e del RTV per i seguenti motivi.
1. I risultati dello studio di mortalità 2007 – 2014 del Sistema Epidemiologico Regionale
(SER), pur con i limiti dell’estensione temporale di soli otto anni, dimostrano un
aumento di mortalità per alcune malattie non neoplastiche nelle zone contaminate:
cardiopatie ischemiche sia negli uomini che nelle donne, rispettivamente +21% e
+11%; malattie cerebrovascolari + 19% nei maschi; diabete mellito (+ 25%) e
Alzheimer (+14%) nelle donne. Lo stesso studio del SER rileva inoltre nella
popolazione dei 21 Comuni più inquinati, in entrambi i sessi, una prevalenza
significativamente maggiore del riferimento regionale di dislipidemie e ipotiroidismo.
Queste sono malattie la cui eziopatogenesi è legata anche ai meccanismi d’azione
degli interferenti endocrini, categoria di sostanze chimiche cui appartengono i PFAS.
Lo studio SER ha sostanzialmente confermato i risultati della precedente indagine
ISDE – ENEA che, analizzando i dati di mortalità di un periodo molto più lungo, 1980-
2009, aveva evidenziato un eccesso statisticamente significativo di mortalità in
entrambi i sessi per ogni causa e per diabete mellito, infarto acuto del miocardio e
malattie cerebrovascolari; nelle femmine, aveva rilevato anche un eccesso
statisticamente significativo di mortalità per malattia di Alzheimer e cancro del rene.
Non comprendiamo, quindi, come sia possibile, da una parte, affermare che “non si sia
rilevato un peggioramento del trend di salute dei cittadini nei territori maggiormente
esposti” e, dall’altra, attribuire a stili di vita l’eccesso di mortalità osservato, senza
peraltro addurre alcuna prova a sostegno di tale affermazione che costituisce,
allo stato attuale, una mera opinione personale dell’autore dello studio; è
d’altronde ben difficile ipotizzare che proprio nelle aree contaminate le persone
abbiano uno stile di vita significativamente peggiore delle popolazioni limitrofe.

Probabilmente il trend non è aumentato perché lo stato della salute nei territori
con l’acqua potabile e la catena alimentare contaminate per decenni dai PFAS è
da sempre peggiore rispetto alle altre aree della regione e, in ogni caso, il SER non
misura alcun trend. Questi risultati, tutt’altro che tranquillizzanti, imporrebbero, in
ossequio al principio di precauzione sancito dalla normativa europea, l’adozione
immediata di provvedimenti atti a:
a. eliminare l’esposizione della popolazione ai PFAS, quali l’approvvigionamento
alternativo di acqua potabile (ovviamente garantendo il rifornimento di acqua
destinata al consumo umano non inquinata), la sospensione della produzione
e commercializzazione di alimenti contaminati, e
b. intraprendere, affidandoli ad esperti indipendenti, studi epidemiologici di tipo
analitico. Entrambe le richieste sono state più volte avanzate da ISDE alle
autorità regionali.
2. Un aspetto della questione, per nulla chiaro ma veramente importante, riguarda la
definizione dei comuni “esposti “: mentre nel documento tecnico allegato alla delibera
1517/2015 la popolazione esposta (circa 270.000 soggetti) era stata individuata
come residente nei comuni in cui si era verificato in rete o in pozzi privati almeno un
superamento dei limiti di performance per PFOA, PFOS o altri PFAS (PFOA >500 ng/L,
PFOS >30 ng/L, altri PFAS >500 ng/L), la nota 203887 del 24.05.2016 del Direttore
Generale Area Sanità e Sociale individua 21 comuni sulla base della ricostruzione
della filiera acquedottistica, per una popolazione di 127.000 soggetti. Nella lista dei
comuni entrano così tra gli esposti Alonte e Asigliano che nel 2013 non
presentavano alcun superamento dei limiti e ne escono molti altri che invece li
avevano superati, come, ad esempio, Vicenza che aveva livelli altissimi nel luglio
2013 ( 1600 ng/L di PFOA, 80 di PFOS e 1800 di altri PFAS). E’ grave a nostro
parere che non siano resi pubblici i criteri utilizzati per questa nuova definizione dei
comuni esposti.
3. Per quanto riguarda le malattie neoplastiche, osserviamo che:
a. Esiste un problema prioritario di affidabilità dei dati del Registro Tumori
poiché i dati sicuramente certificati dalla IARC (Agenzia Internazionale di
Ricerca sul Cancro – OMS) si fermano al 2006. E’ quindi indispensabile sapere
se i dati presentati alle conferenze stampa sono stati sottoposti alla IARC, come
aveva dichiarato il responsabile del registro, e se sono stati accreditati.
Presentare i dati di un solo anno e relativi a una piccola popolazione è al di
fuori di qualsiasi regola internazionale e nazionale dei registri e francamente
dubitiamo sia stato fatto su dati validati dalla IARC.

b. Esiste anche un problema di credibilità scientifica dei criteri utilizzati nel
disegno dello studio sui tumori nella “zona rossa”. Infatti, fra tutte le molecole
del gruppo PFAS, solo il PFOA è stato valutato dalla IARC come “possibile
cancerogeno” per testicolo e rene. E dei 21 Comuni “esposti”, due, Alonte e
Asigliano, nel 2103 non presentavano inquinamento superiore ai limiti stabiliti
dall’ISS per nessuna categoria di PFAS; in altri tre (Boschi sant’Anna, Minerbe
e Roveredo di Guà), i limiti erano superati solo dal PFOS. Gli effetti
cancerogeni dei PFAS sono stati quindi studiati su una popolazione in parte
non esposta a sostanze classificate come cancerogene. Sorprendentemente,
inoltre, per i 19 casi di cancro del testicolo identificati sono riportati i tassi di
incidenza in ognuno dei 21 comuni, quando è ovvio che in almeno due
municipalità non possono esserci casi di cancro testicolare. Inoltre, nell’analisi
dell’ASL 5 (reperibile nel sito RTV), risulta che il tasso di incidenza del cancro
al testicolo è decisamente più alto del riferimento regionale: 11.3 su 100.000
rispetto a 7.1. E nella popolazione maschile di circa 20.000 soggetti residenti
nella zona sud dell’ASL 6 sono stati rilevati 4 casi, che portano a un tasso
ancora più alto, di circa 20 su 100.000. Ci risulta problematico, pertanto,
condividere in questa situazione la dichiarazione attribuita al prof. Rugge, di
essere “confidente in questi dati fino alle estreme conseguenze” e le conclusioni
identiche riportate in entrambi gli studi regionali : “… da nessuna delle analisi
effettuate è emersa alcuna evidenza di una maggiore incidenza di tumori a
carico delle popolazioni esposte a PFAS, sia per le sedi oggetto (testicolo e
reni) di particolare attenzione che per tutti i tumori.”

4. Molte perplessità suscita infine, a nostro parere, la decisione della regione Veneto di
finanziare con 100-150 milioni di euro l’anno per dieci anni, la “cosiddetta presa in
carico “di parte della popolazione esposta che verrà sottoposta annualmente, per i
prossimi dieci anni a visite mediche periodiche ed analisi di laboratorio.” Premesso
che i dettagli “della presa in carico” non sono stati finora pubblicati, la decisione di
sottoporre oltre 100.000 persone ad analisi di laboratorio aspecifiche, senza
contemporaneamente dosare i PFAS nel sangue dei partecipanti, non permetterà di
stabilire eventuali correlazioni fra le patologie multifattoriali PFAS-associate né nel
singolo caso né nell’intera popolazione studiata. Non si comprende perché “dalla
presa in carico” della popolazione sarebbero esclusi i bambini sotto i 14 anni e gli
adulti sopra i 65 anni, le donne gravide e i neonati, come già avvenuto per lo studio
sul biomonitoraggio umano. Sembra quasi che, per le autorità regionali e statali,
le fasce più suscettibili agli effetti tossici dei PFAS, non esistano o non siano
meritevoli di attenzione. E quand’anche, fra dieci o più anni, fosse stabilita
un’eventuale correlazione nei singoli individui fra patologie e livelli ematici di PFAS,
come giustificheranno le autorità la decisione di aver lasciato ampie fasce della
popolazione veneta esposte per un decennio a concentrazioni elevatissime di PFAS?
A nostro avviso gli obiettivi dello studio regionale potrebbero ugualmente essere perseguiti con un’indagine condotta mediante intervista telefonica dei partecipanti da
ripetere annualmente, con notevole risparmio di risorse economiche.

In conclusione, la Regione Veneto con le sue strutture scientifiche (SER, Registro Tumori e
altri registri), non appare in grado di affrontare con credibilità una situazione caratterizzata
da notevole incertezza scientifica. Riteniamo, così come è stato fatto negli USA in occasione
dell’inquinamento prodotto dalla DuPont, che si debba, attraverso un bando pubblico di
ricerca, affidare ad esperti indipendenti la conduzione di studi analitici sulla popolazione
esposta che affrontino i possibili molteplici effetti avversi di queste sostanze e chiariscano il
ruolo causale di queste sostanze sulle patologie già rilevate negli studi descrittivi finora
condotti.

Vicenza 16/12/16